Intervista alla prof.ssa Luisa Grillo, pianista e didatta
a cura di Giulio Pirondini

 27 giugno 2010


Giulio Pirondini: Due suoi giovanissimi allievi, Antonio Danza e Martina Sighinolfi, hanno partecipato alla rassegna Piccoli talenti in musica rispettivamente nel 2009 e nel 2010, offrendo due splendidi recitals pianistici che hanno riscosso grande ammirazione nel pubblico che segue ormai con crescente entusiasmo l’iniziativa. Cosa ha rappresentato questa esperienza nel percorso musicale di Antonio e Martina?

Luisa Grillo: I recitals che Antonio e Martina hanno tenuto all’interno della vostra rassegna sono stati fondamentali nel loro percorso. I bambini studiano il pianoforte dall’età di sei anni ed in tutti questi anni ed hanno tenuto molti concerti da solisti ed anche con diverse orchestre, ma i loro programmi sono sempre stati lunghi al massimo 15/20 minuti. Il concerto che hanno tenuto presso la vostra rassegna è stato per il loro il primo concerto ‘completo’. È stata quindi una prova impegnativa che ha permesso loro di cimentarsi in un programma più lungo, che richiede maggiore capacità di concentrazione. Dopo questo primo recital Antonio e Martina ne hanno già tenuti molti altri (Antonio più di cinque in un solo anno) e per il prossimo anno sono già state fissate diverse date. In sintesi il concerto per la rassegna Piccoli talenti in musica ha aperto ai bambini la strada per tantissime altre esperienze.


G.P.: Ci può illustrare la storia e le caratteristiche più rilevanti della scuola di musica “J. Du Pré” di Minerbio, nella quale Lei insegna da diversi anni?

L.G.: La scuola nasce circa 15 anni fa. Fin da subito si è cercato di proporre dei percorsi strumentali d’eccellenza, finalizzati all’inserimento degli allievi (anche giovanissimi) in una realtà musicale viva, all’interno della quale potessero affrontare esperienze formative in maniera attiva e consapevole. Già dal primo anno di attività infatti la scuola offrì la possibilità ai suoi studenti di esibirsi pubblicamente in concerti, di sostenere concorsi, stimolandoli all’aggregazione con altri allievi e instaurando collaborazioni con diverse realtà musicali. I bambini e ragazzi che si avvicinano alla nostra scuola possono scegliere se seguire un percorso base, diciamo più ‘tranquillo’ e agevole, oppure entrare in quello che abbiamo chiamato ‘Percorso Accademico’, nel quale si affrontano i programmi dei Conservatori e programmi molto spesso anche più difficili. Con una simile impostazione, in poco tempo il livello di competenza delle classi è cresciuto enormemente, passando da studenti interessati alla musica più per divertimento e passatempo a bambini e ragazzi che volevano cominciare a ‘fare sul serio’. Una svolta importante nella storia della nostra scuola è rappresentata dalla nascita nel 2004 del primo Concorso Internazionale per pianoforte, musica da camera e canto “Città di Minerbio”, da me stessa voluto e ideato. È stata un’occasione importantissima per richiamare dall’estero realtà di massimo livello, consentendo ai nostri allievi di partecipare in maniera attiva anche all’organizzazione dell’evento e allargare i propri orizzonti musicali: è stato un grandissimo salto di qualità per l’associazione, dal quale sono nate numerose relazioni con realtà estere. Ho sempre cercato di stimolare i ragazzi (almeno quelli che vedevo più interessati e capaci) ad intraprendere percorsi impegnativi in previsione di una carriera concertistica. Nel 2006, ad esempio, abbiamo istituito per la prima volta un gemellaggio con il Conservatorio di Zagabria con una iniziativa dal titolo ‘Progetto Musica Senza Confini’, attivo tuttora: ad anni alterni noi andiamo da loro e viceversa; si suona in teatri e importanti sale da concerto; l’attività dei nostri ragazzi è inserita così all’interno del palinsesto concertistico dei migliori allievi del Conservatorio della città e di altre istituzioni musicali. Il 2007 invece ha visto la nascita di un progetto con l’orchestra “Atena” del Museo Archeologico di Bologna: sei allievi dai nove ai dodici anni hanno debuttato da solisti con questo gruppo orchestrale, oltre a proseguire l’intenso percorso di concerti e concorsi a livello nazionale e internazionale. Insomma, dall’inizio è stato un continuo crescendo di iniziative, i bambini diventavano sempre più bravi, competenti, riuscendo a conquistare un numero sempre maggiore di primi premi: credo di poter dire che sommando tutti i premi ottenuti finora nei concorsi da tutti gli allievi della scuola, arriviamo tranquillamente ad un centinaio! L’innalzamento del livello poi è stato notato anche all’estero. Nel 2008, ad esempio, sono andata a Zagabria con dodici allievi – i più bravi – mentre quest’anno (2010) ne ho portati la metà, dal momento che negli ultimi due anni alcuni di essi hanno dimostrato appunto di essersi distaccati notevolmente dal resto del gruppo e di aver raggiunto risultati davvero eccellenti. Nel 2009 poi, superando un minimo di paura e incertezza iniziali, abbiamo accettato l’invito a recarci in Kazakistan, dove ho portato sei miei allievi (dai dieci ai quindici anni): tutti hanno sostenuto un concerto al giorno, sia da solista che con l’orchestra. Dallo stesso anno inoltre la scuola di Minerbio collabora con il Conservatorio di Ferrara, nel quale io stessa insegno a bambini dai quattro anni in su. Un decisivo apprezzamento infine è recentemente giunto dall’Accademia Pianistica di Imola, che mi ha offerto la possibilità di istituire un percorso pianistico di altissimo livello.


G.P.: Viene operata una selezione degli allievi all’ingresso della scuola?

L.G.: Fin dall’inizio non ho mai fatto selezione alla base, ho sempre avuto un gruppo dove alcuni più abili ‘tiravano’ e spingevano anche i meno bravi ad impegnarsi e migliorarsi. Da quest’anno però, alla luce dei progressi e dell’innalzamento del livello di cui abbiamo appena parlato, sono stata obbligata – per soli motivi di tempo e di organizzazione – a concentrarmi sul gruppo più avanzato.


G.P.: Come si pone nei confronti di allievi che dimostrano di possedere un talento particolare? Ritiene che sia necessario adottare una metodologia didattica specifica per lavorare con loro?

L.G.: Personalmente, ritengo, come insegnante di pianoforte, che l’età più adatta per cominciare lo studio dello strumento sia intorno ai quattro anni; naturalmente, ciò non implica che al bambino più grande sia preclusa la strada (alcuni miei allievi ad esempio hanno dieci, dodici e quindici anni). In ogni caso, posso individuare tre condizioni necessarie, senza le quali il percorso musicale di un bambino di quattro anni risulta essere instabile e minacciato già in partenza. Queste sono: 1) la presenza nel bambino di un atteggiamento volto all’attenzione verso quello che gli si dice e si chiede, una buona capacità di attenzione/reazione agli stimoli proposti dall’insegnante; 2) una buona dose di motivazione alla base; occorre lavorare moltissimo sulla leva motivazionale, cominciare insieme un viaggio, un’avventura, gratificarlo, creargli passo dopo passo delle occasioni di ‘prova’, ad esempio organizzare frequenti saggi di classe, farlo sentire parte del gruppo, farlo partecipare a concorsi, ecc.; 3) un clima famigliare che lo favorisca: i genitori devono essere disponibili a sostenerlo, coadiuvarlo, appoggiarlo. Senza queste condizioni iniziali, il talento non è sufficientemente sostenuto e il bambino di quattro anni non può cominciare: potrà farlo più avanti, a sei, sette, o quando lo vorrà. Il regolamento della nostra scuola prevede ad esempio che il bambino sia posto fin da subito davanti allo strumento, ci giochi, lo esplori (la lettura delle note non costituisce naturalmente un prerequisito ma nemmeno uno dei primi obiettivi da raggiungere: può avvenire in un secondo momento). Deve avere inoltre l’opportunità di esibirsi in performances pubbliche, in concerti, abituarsi a vivere in pieno il mondo musicale, suonando come solista, a quattro mani, in duo con un violino, con altre organici, relazionandosi con i compagni.


G.P.: La didattica musicale ha ampiamente riconosciuto i benefici apportati da un insegnamento a 360 gradi, nel quale, ad esempio, lo studio di un brano ai fini prettamente esecutivi venga appoggiato e implementato da altre attività parallele (educazione all’orecchio, lezione collettiva, improvvisazione, lettura a prima vista, ecc.). Lei appoggia una simile impostazione? oppure ritiene sia preferibile focalizzare l’insegnamento soltanto su quella direzione nella quale il talento si manifesta in modo evidente (il rischio, come sostengono molti, è che si formino in questo caso bambini che sanno suonare benissimo Chopin ma ad esempio non sanno improvvisare o leggere a prima vista)?

L.G.: Ritengo che questa paura sia il più delle volte ingiustificata. Se un bambino, un ragazzo, vive in un ambiente stimolante e si sente coinvolto attivamente e pienamente nel mondo musicale, si sentirà sollecitato da un’infinità di componenti che lo obbligheranno, volente o no, ad avere una formazione musicale completa. I miei allievi sono abituati ad adattarsi anche velocemente agli eventi e alle diverse richieste del momento: non hanno problemi ad apportare qualche modifica al programma di concerto anche fino a pochi minuti prima dell’inizio; sono abituati ad utilizzare doti ‘improvvisative’ quando suonano insieme, come sono abituati a suonare con l’orchestra seguendo i gesti di tre direttori diversi che si alternano nella medesima serata. Ma sono tutte abilità che diventano naturali soltanto nel momento in cui si partecipa attivamente e globalmente alla vita musicale.


G.P.: In base alla sua esperienza, il talento (soprattutto quando si manifesta in giovane età) è in ogni caso un fattore considerabile positivamente o può a volte costituire anche una sorta di limite, un freno allo sviluppo in senso globale della persona? insomma, avere talento comporta anche dei rischi (viene in mente l’idea trasmessa dal film Shine di qualche anno fa: pianista di talento ma con evidenti carenze, ‘ritardi’ sul piano ad esempio relazionale)?

L.G.: Sicuramente il talento è la conseguenza il più delle volte della dotazione genetica del bambino. Avere un’ottima dotazione genetica conta molto. Ma per il 70%, quello che conta di più credo sia l’ambiente che circonda la persona, che ne favorisce o ne ostacola uno sviluppo coerente e completo. La condizione più importante, come ho già detto, è rappresentata da una situazione famigliare favorevole: se un genitore considera l’attività del figlio una perdita di tempo o al contrario ripone sul figlio troppe aspettative, tutto ciò può avere un’influenza negativa sul bambino, il quale potrà portare avanti il suo talento ma contemporaneamente esibire dei problemi relazionali, proprio come nell’esempio del film citato. Un ragazzo pieno di talento che passa le sue ore di studio soltanto nell’aula a tu per tu con l’insegnante o a casa, isolato nella sua stanza a suonare, potrà ugualmente incorrere in un rischio simile. Se invece il talento viene immerso fin da subito in un mondo vivo e non idealizzato, sarà certamente a tutto vantaggio di uno sviluppo globale, in senso cognitivo e affettivo.